Paolo Ruffilli è un
poeta moderno, un narratore in versi
senza fronzoli.
Mai si perde nel rispecchiarsi nella sua stessa
poesia.
Ogni volta si dedica al
quotidiano, alle difficoltà della vita di oggi, ed i suoi versi sono solo lo
strumento per metterci a parte del suo pensiero e delle sue sofferenze.
Le stanze del cielo sono le stanze chiuse in cui a volte, volenti o nolenti, finiamo per chiuderci. Ed a quel punto uscirne è un problema non da poco.
Nello specifico le stanze della raccolta sono le stanze del
carcere, con le pareti che racchiudono storie che a volte vorremmo non conoscere, con la
paura e lo
sconforto di chi le vive, con la voglia di farla finita ma anche la speranza di
ricominciare.
Ma sono anche le stanze (forse ancora più terribili) della
tossicodipendenza. Stanze i cui abitanti spesso nemmeno sanno come sono entrati. Stanze che vogliono abbandonare, stanze che lottano per lasciare... e che ogni volta
li risucchiano indietro.
La poesia di
Ruffilli è come sempre
asciutta,
pulita,
semplice nella scelta dei termini ma tremendamente
efficace in quanto alle
emozioni che lascia trasudare. Passando da una poesia all'altra, da una stanza a quella successica, si finisce per entrare sempre di più nel cuore dei protagonisti, un cuore
sofferente che cerca continuamente un varco per fuggire e ricominciare a vivere.
Fuori da quelle stanze così
claustrofobiche.