L'
Esclusa fu il primo romanzo pirandelliano che metteva in luce il talento modernista e "rivoluzionario" - cioè avverso ai canoni consolidati del romanzo ottocentesco - dello scrittore girgentino. La storia doveva fare scandalo: è la vicenda di una donna accusata di tradimento dal marito geloso e ossequioso dei costumi morali borghesi, che lotta per dimostrare la propria innocenza, e che infine si rassegna ad accettare l'infamante accusa che le è rivolta, che appunto le ha causato l'esclusione dalla società familiare e umana in cui sempre si era trovata a suo agio. Si può vedere chiaramente un aspetto kafkiano nella storia di questa donna bella e intelligente. Accusata, ma innocente, riacquisterà il suo posto nella società e nella famiglia soltanto dopo che, mossa dalla disperazione, compirà quello stess tradimento che le era stato imputato come colpa tremenda.
Intorno a lei vediamo il marito, un uomo vittima delle ingerenze parentali sulla sua stessa vita privata. Trovati gli indizi del tradimento, l'uomo non esita a chiedere il supporto morale della sua famiglia, che lo invita ad allontanare la donna infedele. Ma l'uomo poi si pente, e quando torna sui suoi passi ritrova la moglie che è sofferta e profondamente avvilita, che non ha avuto altra scelta che chiedere il conforto dell'amante che prima aveva respinto, e che a un certo punto le appare come l'unico sostegno possibile che le rimanga.
La donna è una donna sola. A sostenerne la posizione è solo la rete di relazioni, più familiari e basate sull'identificazione di ruoli ben precisi. Perduto il ruolo che fino a quel punto occupava - cioè fino al punto dell'accusa del marito, che pure la caccia di casa - lei si accorge di essere un nulla, una figura senza contorni che nessuno più riconosce. Da qui viene la sua disperazione, perchè tutti l'allontanano e spettegolano alle sue spalle.
Pirandello aveva più idee che lo ispiravano a raccontare questa storia. Un'idea viene certamente dal suo humus socio-culturale, che vede la società siciliana dell'epoca come una costruzione in cui vigono valori morali puramente di facciata, in cui la borghesia fa sfoggio di meschinità e ipocrisia, tesa com'è al mero mantenimento del benessere posseduto che deve essere difeso e giustificato continuamente. Pirandello realizza qui, dunque, una critica potente al suo stesso habitat naturale.
Altra idea trainante l'opera pirandelliana è il dissidio tra l'essere delle persone il loro apparire esteriore - e questo non è un fatto che concerne il semplice discorso morale e sociale. Pur isolato, pur sottratto alle piazze e ai luoghi comuni di interazione sociale, l'uomo (in questo caso, la donna) di Pirandello è un soggetto che lotta per l'auto-riconoscimento, cioè per la conquista di un'identità che valga in modo oggettivo, che dunque sia superiore al soggettivismo che rende ogni visione e ogni sensazione tanto frammentarie, personali, arbitrarie.
L'approdo di questa ricerca, ossia dell'identità e dell'auto-riconoscimento, è un risultato presente in un'ampia serie di romanzi e testi teatrali pirandelliani (da
Il Fu Mattia Pascal e
Uno, nessuno e centomila, fino ai
Sei personaggi in cerca d'autore e
Vestire gli ignudi), e tale risultato è che l'oggettività pretesa, ossia l'oggettività che sia scelta dal soggetto e così pervenuta al resto del mondo, è irraggiungibile.
Il soggetto pirandelliano, al termine di dissidi e lotte sfiancanti, finisce per arrendersi al prevalere del mondo - che impone forme plastiche, doveri da rispettere, diritti formali (e soltanto formali) da far valere, e necessità a cui adempiere - sulla vita delle creature. Queste si riconoscono nude, perchè vedono nella transitività del vestito che è loro assegnato dal mondo - sia questo la posizione entro la famiglia, o una posizione nel lavoro e nella società - la negazione del loro io profondo, cioè quel che in ultima istanza nega loro la possibilità di essere "io e io soltanto", cioé qualcosa di autentico.
Vediamo in Pirandello una profonda critica, filosofica e mai del tutto compresa dai contemporanei novecenteschi di quest'autore, al moto di trasformazione culturale che entro la nostra società occidentale potremmo definire come "secolarizzazione", e che comporta, come drammatica conseguenza, la perdita di tutto quel che c'è di autentico nella vita. Non soltanto la perdita dell'autentico: si ha la perdita del sentimento dell'autenticità.
Marzio Valdambrini