Un'affascinante e colto viaggio nel Sultanato di Turchia del 1600. Il Premio Nobel 2006
Orhan Pamuk (già vincitore del mitico Premio Grinzane Cavour in tempi non sospetti) in uno dei suoi romanzi più famosi. Un colto gentiluomo veneziano viene rapito dai
pirati e venduto come schiavo in Turchia. Qui finisce al servizio di un famoso astrologo, di cui è praticamente un sosia perfetto,e viene in contatto con la corte del Sultano. La sua prigionia si trasforma bene presto in un'intensissima sessione di studi. I due si scambiano conoscenze ed esperienze ed insieme debellano la peste, realizzano fuochi d'artificio di una bellezza irresistibile, progettano orologi senza bisogno di carica. I decenni di collaborazione però si interrompono bruscamente dopo il fallimento di una macchina da guerra da loro progettata ed utilizzata nella campagna europea. I due si dividono, uno tornerà ad Instambul, l'altro a
venezia. Già... ma quale dei due torna in Turchia. La lucidità e la ricchezza del
racconto fa dimenticare al lettore quello che in realtà è già dichiarato dalla quarta di copertina. Quando arriva il
momento della (possibile) inversione dei ruoli giunge completamente inaspettato e sorprendente, un precipitare vorticoso del ritmo della storia che trascina fino alla postfazione. Quello che fino a quel momento era un
sereno racconto di avvenimenti che sembravano indirizzati ad un finale parimenti sereno, viene improvvisamente sconvolto e diventa un mistero che viene risolto (forse) solo nell'ultima riga. La traduzione di Giampiero Bellingeri per Einaudi fa presupporre un altrettanto alto livello di prosa nell'originale.