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Alla ricerca del tempo perduto

di: francescomoscheri    

Autore : Marcel Proust
A quest'uomo schivo e umbratile dobbiamo l'opera più lunga della letteratura novecentesca. Di lui, di Marcel Proust, sappiamo davvero poco; il lavoro dei ricercatori da un po' di tempo si è mosso in direzione del gossip, cioè della ricostruzione delle sue ambigue vicende sentimentali con tutti quelli che gli erano vicini. Di lui un diplomatico disse che era l'uomo più misterioso che avesse incontrato: lo incontrò come ospite di una cena, e Proust non si tolse mai il soprabito nell'arco dell'intera serata.
La sua opera è la paziente compilazione di una storia, che è la storia della coscienza di un fittizio Swann, dietro a cui si cela il più familiare e timido Proust. I personaggi sono elaborazioni dei personaggi che lo scrittore davvero incontrò, che conobbe e di cui si innamorò, o che altrimenti giocarono su di lui un ruolo importante.
Ciò che colpisce è l'incredibile sensibilità dell'autore. Un gesto gli rievoca una serie di eventi, ogni cosa richiama qualcos'altro. E così, siccome la storia ha per protagonista la coscienza del tempo, vediamo che i tempi si dilatano, momenti fulminei occupano lo spazio di pagine e pagine, che richiedono un costante sforzo del lettore che non deve perdersi. Certamente, per il mercato della letteratura odierna, la Récherche non sarebbe un'operazione commerciale che troverebbe tanti lettori pronti a digerirla.
Si tratta di un capolavoro, che ci ricorda come il tempo sia sovrano nello stabilire il valore reale delle cose. Ci riferiamo non soltanto al tempo per come è inteso nell'opera proustiana, che già ne è la metafora principale e dominante, ma del tempo che assegna alle vere opere d'arte, le opere maggiori dello spirito umano, il posto che spetta loro nelle enciclopedie e nelle compilazioni storiche.
Senz'altro, Proust non è uno scrittore per le masse.
Nella Francia del suo tempo, emergevano fermenti di cultura che un animo tanto sensibile come l'Autore in questiono non poteva ignorare. Tanto più se i portatori della nuova cultura gli erano vicini, e facevano parte dell'ambiente in cui lui normalmente viveva. Pensiamo ad Henri Bergson, che pure fu insignito del Premio Nobel per la letteratura, pur non avendo particolari meriti letterari. Bergson, che divenne cugino acquisito di Proust, elaborò una filosofia dell'intuizione, che doveva sfociare in una forma tanto celebrata dell'irrazionalismo contemporaneo, o che chiamar la si voglia, nel cosiddetto intuizionismo bergsoniano. La sua era una filosofia che avversava i metodi di analisi empirica sempre tenuti fermi dalla scienza tradizionale. Bergson mostrava come la memoria trattiene i dati in una maniera che non è lineare come il calcolo degli scienziati, e mostrava anche che il fondamento delle certezze della scienza ha poco a che fare con le sensazioni umane. Il saggio primo e basilare di Bergson, il "Saggio sui dati immediati della coscienza", prendeva appunto in esame il modo in cui la coscienza umana rielabora e riformula i dati che riceve, senza poterli restituire al pensiero nello stesso modo in cui le arrivano.
In Proust notiamo la messa in atto sul piano letterario, di finzione narrativa, delle questioni aperte sul piano teorico, scientifico metodologico, dal cugino più fortunato (perchè il Nobel sarebbe spettato a Proust). Non solo Bergson. In Proust non possiamo non vedere l'eco di quanto Ribot, Taine, e altri autori piuttosto in voga durante quegli anni andavano affermando. La scienza si apriva alla coscienza, alla psiche, e forse tutto è dovuto alla fortuna tanto ineludibile arrisa poco distante, aldilà dei confini francesi, allo studioso dei meccanismi dell'inconscio, il viennese Sigmund Freud.
Crediamo di intuire che l'intento di Proust fosse di fare un libro della sua vita. E nel far questo, lui non poteva ammettere - così ci sembra - che il libro fosse altro, che non fosse perfettamente aderente, nelle sue imperfezioni. Così troviamo piccole contraddizioni, personaggi che appaiono e riappaiono in modo furtivo, misterioso, quasi senza concedere nulla alla suspence che talvolta il lettore si sente in diritto di avere.
La perla è nascosta, ed è nascosta bene. Ma chi la trova, vivrà una soddisfazione che pochi altri libri concedono.
Marzio Valdambrini
Pubblicato il: giugno 29, 2009
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